Il primo ministro polacco Donald Tusk ha definito la vicenda Pegasus, al centro da anni di polemiche e indagini, “uno dei più grandi scandali della storia polacca dalla caduta del comunismo” e un “crimine contro lo Stato”. Secondo il premier, il precedente governo ha pagato decine di milioni di zloty per un sistema di sorveglianza di produzione israeliana, sul quale non aveva di fatto alcun controllo.
Non solo ciò avrebbe consentito il trasferimento all’estero di dati sensibili relativi a cittadini polacchi, rendendoli accessibili al produttore del software, ma Tusk ha dichiarato che dei 60 milioni di zloty spesi – circa 14 milioni di euro – 25 milioni provenivano dal Fondo per la Giustizia, destinato principalmente al sostegno delle vittime di reati.
Il premier ha inoltre sottolineato che il contratto limitava l’utilizzo del sistema nei confronti di numeri telefonici provenienti da Russia, Bielorussia e Corea del Nord, Paesi associati a rischi terroristici, mentre i servizi polacchi lo hanno utilizzato contro cittadini polacchi, esponenti dell’opposizione e persino alcuni cittadini di altri Paesi dell’Unione europea, tra cui Francia e Germania.
“Le persone responsabili della giustizia e della sicurezza dello Stato hanno consegnato a uno Stato straniero, Israele, migliaia, decine di migliaia di dati sensibili di cittadini polacchi, senza avere alcun controllo su di essi”, ha dichiarato Tusk. Il premier ha inoltre affermato che la cooperazione tra NSO Group e i servizi di intelligence israeliani è “fuori da ogni dubbio”.
Come il precedente governo ha acquisito Pegasus
Nell’autunno del 2017, a cavallo tra il governo Szydlo e il governo Morawiecki I, entrambi a trazione Diritto e Giustizia (PiS | ECR), il Central Anticorruption Bureau (CBA) polacco acquistò il sistema Pegasus, sviluppato dalla società israeliana NSO Group.
L’acquisto fu agevolato in seguito a un vertice del Gruppo di Visegrád al quale partecipò il già allora primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Il processo decisionale coinvolse il ministero della Giustizia, guidato da Zbigniew Ziobro, con il coinvolgimento del viceministro Michał Woś, e la struttura di coordinamento dei servizi segreti guidata da Mariusz Kamiński e Maciej Wąsik.
L’allora capo del CBA, Ernest Bejda, richiese i finanziamenti. Un accordo trasferì 25 milioni di zloty dal Fondo per la Giustizia, mentre i costi di acquisizione documentati ammontarono complessivamente ad almeno 33,4 milioni di zloty, compresi i pagamenti a una società intermediaria. A questi si aggiunsero ulteriori costi operativi e di licenza.
Già all’epoca, tuttavia, erano stati sollevati diversi dubbi sulla sicurezza del sistema. Il capo dell’Agenzia per la Sicurezza Interna (ABW) e il Servizio di Controspionaggio Militare (SKW) avevano espresso preoccupazione per il rischio che i dati operativi fossero trasferiti all’estero e per la possibile esposizione degli interessi polacchi. Gli avvertimenti, però, non furono accolti. Il sistema non ottenne mai la necessaria certificazione polacca di sicurezza informatica.
Le conclusioni della commissione parlamentare e i pareri degli esperti dell’ABW hanno successivamente confermato che la parte polacca non disponeva del pieno controllo amministrativo del sistema, comprese le password di alcuni account. Inoltre, alcuni moduli fondamentali rimanevano sotto il controllo di NSO Group e i dati lasciavano il territorio polacco attraverso server infrastrutturali gestiti dal produttore.
Come è stato utilizzato lo spyware
Pegasus consente di ottenere un accesso pressoché totale al dispositivo mobile di un obiettivo: messaggi, SMS, servizi di messaggistica ed e-mail, contenuto delle chiamate, contatti, fotografie, file, dati sulla posizione e cronologia di navigazione. Il software permette inoltre di attivare in tempo reale il microfono e le fotocamere del dispositivo e può operare senza che l’utente ne sia consapevole.
Secondo i dati ufficiali, lo strumento è stato utilizzato in 578 casi tra il 2017 e il 2022, principalmente attraverso il CBA, con il possibile coinvolgimento di altri servizi.
I tribunali hanno autorizzato le attività di controllo operativo. Gli investigatori hanno tuttavia rilevato che i giudici non erano sempre pienamente informati sulle capacità dello strumento e che le richieste di autorizzazione non specificavano necessariamente che sarebbe stato utilizzato Pegasus.
Tra gli obiettivi documentati figuravano esponenti di primo piano dell’opposizione, magistrati, avvocati e altre figure critiche nei confronti del governo. Tra questi vi era Krzysztof Brejza, all’epoca responsabile della campagna elettorale dell’opposizione in vista delle elezioni parlamentari del 2019, il cui telefono fu infettato più volte e dal quale furono successivamente ricavati materiali utilizzati dai media.
La sorveglianza riguardò inoltre la procuratrice Ewa Wrzosek, critica delle riforme giudiziarie, e l’avvocato Roman Giertych, che rappresentava Tusk e alcuni membri della sua famiglia. Tra gli altri obiettivi figuravano la giudice Beata Morawiec, funzionari locali come Jacek Karnowski, oltre ad attivisti e rappresentanti del mondo imprenditoriale. Tusk aveva già dichiarato in precedenza che anche sua moglie e sua figlia erano state sottoposte a sorveglianza.
Gli esponenti del PiS hanno sempre sostenuto che il sistema fosse stato utilizzato esclusivamente con l’autorizzazione dei tribunali, per legittime finalità di contrasto alla criminalità e di sicurezza nazionale. I critici e le attuali indagini sostengono invece che una parte significativa degli utilizzi abbia avuto come obiettivo avversari politici, procuratori indipendenti, giudici e altre persone considerate politicamente scomode, anziché concentrarsi principalmente sul terrorismo o sulla criminalità organizzata, come era stato dichiarato per giustificarne l’impiego.
Le ultime conclusioni e le responsabilità
La Procura nazionale, sulla base delle analisi condotte dagli esperti forensi dell’ABW, ha confermato che i dati raccolti durante le operazioni hanno lasciato la Polonia e che NSO Group disponeva di un accesso tecnico al materiale ottenuto attraverso la sorveglianza.
Gli esperti non hanno stabilito se il produttore abbia effettivamente avuto accesso ai singoli materiali raccolti durante le operazioni. Tuttavia, l’architettura del sistema poneva una parte del controllo al di fuori della piena autorità delle istituzioni polacche.
Una commissione parlamentare d’inchiesta ha presentato conclusioni coerenti con questi elementi e ha trasmesso alle autorità competenti segnalazioni relative a possibili reati commessi da diversi ex funzionari, tra cui Ziobro, Kamiński e Woś, nonché dagli ex vertici del CBA, dell’ABW e dell’SKW.
Diverse persone sono già state accusate di reati legati all’acquisto, all’utilizzo o alla gestione del sistema e dei materiali ottenuti attraverso Pegasus. Il caso è tuttora oggetto di un’indagine. Tusk ha dichiarato che i responsabili saranno chiamati a rispondere delle proprie azioni.
Gli esponenti dell’ex PiS hanno respinto le accuse di attività di spionaggio politico illegale, sottolineando l’esistenza delle autorizzazioni giudiziarie e la finalità dello strumento, concepito per la lotta alla criminalità.
La vicenda ha attirato l’attenzione internazionale nell’ambito del più ampio scrutinio sul software Pegasus di NSO Group, che è stato associato alla sorveglianza di giornalisti, attivisti e politici in diversi Paesi.
Il caso polacco si inserisce così in una più ampia controversia internazionale sull’utilizzo di spyware da parte delle autorità statali e sui limiti della sorveglianza digitale nei confronti di cittadini, oppositori politici e rappresentanti delle istituzioni.
Tradotto da Cesare Ceccato. Articolo originale pubblicato su EUAlive disponibile qui.

